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kata ideogramma

Partecipando alle manifestazioni sportive può capitare, a discapito dell’enorme numero di atleti iscritti che sciamano incessantemente nella palestra in cerca di un angolino libero dove ripassare le proprie tecniche, di scoprire durante il consulto dei tabelloni esposti di ritrovarsi a gareggiare da soli nella propria categoria (vuoi per questione di cintura che per età).

Iniziano allora a farsi strada nuovi pensieri nella mente che vanno ad incidere sul turbinio di sensazioni già pressanti dovuti alla tensione pre-gara, che possono mettere ulteriormente in subbuglio l’atleta. Ad esempio: dal più banale “beh, una medaglia me la porto comunque a casa” fino anche ad un eventuale “ma cosa mi fanno gareggiare a fare..”; a questi si aggiunge il fatto di essersi allenati tanto per riuscire a superare un avversario in maestria, oltre che a volersi misurare con questi, e l’aver anche preparato due o più katà in vista di più poule da affrontare.

Così mi è capitato di vedere nell’ultima gara un ragazzo di cintura bianca ed una ragazza di cintura nera ritrovarsi a gareggiare da soli nelle rispettive categorie per la propria gara di Kata.

In effetti, non senza un certo imbarazzo, in entrambi i casi i concorrenti hanno cercato di sdrammatizzare la situazione con i compagni e coach, ironizzando anche con un “potrei anche solo dire il nome del kata e poi sedermi che andrebbe bene!”.

E’ stato in questo momento che una sensazione ha iniziato a prendere forma dentro di me ed a farsi strada fino alla mia mente. Ok sei da solo, ma dimentichiamo per un attimo le medaglie e le onorificenze di questa gara. Sei di fronte ad una sfida che rappresenta una dei più espressivi principi del kata: non devi più vincere una medaglia, non devi più essere più preciso ed abile degli altri concorrenti, non devi più fare meno sbagli possibili così da ottenere il punteggio più alto. Ora sei da solo, una solitudine che va oltre quella della mera espressione “nelle gare di kata sei da solo”, esulando solo per un momento il pur importante concetto che “il kata è la simulazione di combattimento contro molteplici avversari contemporaneamente”.

Ecco allora che, svincolato da ogni confronto, misurazione e valutazione, realizzi il fatto che stai per entrare in uno spazio (il tatami) ed un tempo (la durata del kata) che scinde dalla realtà e dal presente in cui ti trovi: la concentrazione deve essere massima (zanshin), l’esecuzione di ogni singolo fondamentale perfetto e con il suo tempo, l’idealizzazione del combattimento chiara, l’espressione dell’intenzione di ogni tecnica efficace (kime), l’esplosione dell’energia al suo culmine netta (kiai), per la realizzazione di un kata che si avvicini (seppur utopicamente) il più possibile alla perfezione.

Così gli atleti, che si ritrovassero contro cento o contro nessun avversario, sono stati chiamati a dare il massimo, realizzando un ottima prestazione sportiva di Karate.

In questa esperienza “senza avversari”, nel cammino di studio di quest’arte marziale, si prende infine coscienza del fatto di ritrovarsi a vivere uno dei più profondi concetti del karate: il combattimento contro se stessi! Quello che ognuno di noi, sovente anche inconsciamente, è nei vari momenti della propria vita spesso chiamato ad affrontare.

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12 - “Non pensare a vincere, pensa piuttosto a non perdere.”

Gichin Funakoshi,

I venti principi del Karate

Edizioni Mediterranee

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